Io non credo di essere più adatto a vivere a Roma. Ho raggiunto la consapevolezza oggi quando alcuni amici hanno commentato un mio post su Facebook di ieri sera, in cui mi lamentavo del fatto che il mio vicino di casa ha la pessima abitudine di suonare la chitarra nella fascia oraria dalle 21 alle 24. Almeno due o tre volte a settimana. Almeno.

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Cambiano i sindaci, cambiano i comandanti dei vigili, cambiano i governi delle larghe intese,
ma un vizio schifoso i nostri amministratori locali non se lo levano: fare cassa con gli autovelox “appizzati” (romano per “nascosti”) dietro curve o qualsiasi anfratto la sede stradale offra.

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Interno giorno. Ufficio estremamente luminoso arredato interamente di bianco. Dalla finestra si intravede un cielo azzurro intenso. All’interno della stanza sono seduti un UOMO e una DONNA, vestiti anche loro interamente di bianco. L’uomo indossa una cravatta azzurra, la donna una collana di perle dello stesso colore.

UOMO: [Tiene un foglio fra le mani] Senti senti, ho scritto un paio di paginette.
DONNA: [Distrattamente, mentre legge un altro foglio poggiato sulla scrivania] Di che cosa?
U: Del casino su cui dobbiamo lavorare.
D: Il Quirinale? Ci sto pensando già io, e non è per niente facile.
U: No il Quirinale, Boston!
D: Ah già, Boston. Dove eravamo rimasti?

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Giornata al Bioparco.

Ovvero: quello che avrebbe potuto scrivere mia figlia oggi.

All’entrata c’era da fare un sacco di fila, ma per fortuna c’erano i numeretti e i signori delle casse erano svelti. Si sono però dovuti arrabbiare un paio di volte perché la gente oltrepassava la linea gialla, anche se c’erano un sacco di cartelli con su scritto “Si prega di attendere dietro la linea gialla”.

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La zombiteoria del giorno è questa: Facebook fa male alle amicizie.

Dice ma come, un social network che ti mette in contatto con tutti i tuoi amici in ogni parte del globo, anche quelli che non vedi da un sacco di tempo, non può che far bene ai rapporti di amicizia.

Falso.

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Oggi è l’8 marzo. E non c’è un cazzo da festeggiare.

Perché uno festeggia le cose allegre: compleanni, matrimoni, lauree, le vittorie della Roma (in rigoroso ordine di frequenza). E sinceramente io di allegro nella condizione della donna, oggi, ci vedo ben poco; sì certo, è migliorata in molte parti del mondo rispetto a 50 anni fa, ma siamo ancora lontani, lontanissimi dalla sufficienza. Non ho voglia di andare a cercare cifre in giro per il web, ma so per certo che solo nel nostro paese il numero di donne vittime di omicidi, stupri, molestie e violenze in genere fa rabbrividire: si parla di sette su dieci.
7.
Su 10.
E noi dovremmo festeggiare?

Senza contare poi tutte quelle discriminazioni non classificabili come violenze, ma che portano le donne a non occupare i posti al vertice di aziende e istituzioni, a guadagnare meno dei colleghi maschi a parità di mansioni, ad essere costrette a lasciare il lavoro per curare la famiglia.
E voi vorreste festeggiare?

Mentre in India, paese che da decenni ricorre all’aborto selettivo, bambine vengono stuprate e uccise quotidianamente, in Pakistan vengono date in sposa all’età in cui le nostre figlie vanno in terza elementare, in un numero infinito di paesi sono considerate dei fardelli o, nella migliore delle ipotesi, delle macchine sforna bambini, io dovrei festeggiare?
Io, figlio, marito e padre, io dovrei festeggiare?

No, grazie. Magari però riflettere sì: riflettere su come sia possibile che nel 2013, in Italia, sui due maggiori quotidiani, la donna venga ancora rappresentata così.

collage

Pose ammiccanti quando non addirittura orgasmiche, pantaloni che promettono “il culo perfetto”, rossetti esagerati. No cari miei, non ci siamo proprio.

Rumori molesti

Pubblicato: 6 marzo 2013 in di mondo, di orrori
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Boom.

Boom.

Craaack.

Boom.

Crash.

Boom.

Bang.

(Tranquilli, è solo la mia stima che crolla nei confronti di tutti i miei amici grillini e di quelli che piangono la morte di un dittatore)

Boom.

Boom.