Archivio per la categoria ‘di libri’

È un po’ che medito di scrivere questo post, ma mi perdo sempre, timoroso, nella ricerca delle parole più adatte. D’altronde, se uno quasi quasi vince un premio Nobel un motivo ci sarà.

E però non ci sono molti modi per dire quello che sto per dire. E cioè che quest’estate ho letto il mio primo libro di Philip Roth (sì, a 36 anni, sì). Il primo libro che ho letto di Philip Roth è stato Pastorale americana. O meglio, American Pastoral, visto che l’ho letto in originale.

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Oggi parliamo di un film. Un film del 2000, per la precisione: si tratta di Memento, di Christopher Nolan e se ancora non l’avete visto smettete immediatamente di leggere, procuratevelo – possibilmente in maniera legale – e vedetevelo.

Il film, per quelli che ancora non l’hanno visto nonostante la mia raccomandazione di cui sopra (tranquilli, non spoilero nulla) e per quelli che l’hanno visto ma non se lo ricordano, parla di un tizio che a seguito di un trauma perde la capacità di costruire nuovi ricordi. Cioè, lui si ricorda tutta la sua vita fino a un dato avvenimento, dopodiché nulla. E dimentica tutto ciò che gli succede nel giro di 5 minuti. Del tipo che andate a casa sua a prendere un caffè, vi assentate per andare in bagno e quando tornate in salotto per lui siete dei perfetti sconosciuti.
Il che è altamente seccante se, come il protagonista del film, bisogna andare a caccia dell’uomo che ha ucciso vostra moglie (il trauma a seguito del quale se n’è andata la memoria).

Oggi però parliamo anche di un libro. Il libro è del 2011, ed è quello che i critici più raffinati hanno definito “un libro coi controcoglioni”. Si tratta di 22.11.63 (11/22/63, in Italia) di Stephen King, ed è probabilmente il libro meno fantahorror del Re ma sicuramente uno dei più godibili. Parla di un tizio a cui un amico in fin di vita rivela l’esistenza di un varco temporale, che riporta chiunque lo attraversi alle 11:58 del 9 settembre del 1958. Il tizio viene convinto dall’amico ad attraversare il varco e a vivere nel passato per cinque anni, così da poter sventare l’omicidio di Kennedy e presumibilmente salvare il mondo da un bel po’ di cose brutte che ne sono seguite: la guerra in Vietnam, gli assassinii di Robert Kennedy e di Martin Luther King, eccetera.

Per oggi credo sia tutto.

Ah, volete sapere perché fra le categorie di questo post ci sono “italia” e “politica”? Semplicemente perché Memento è la migliore fotografia dello stato psicopatologico dell’opinione pubblica italiana, chiaramente sconvolta dal crollo della prima repubblica, e da allora incapace di costruire nuovi ricordi. Altrimenti non si spiega come la coalizione PdL-Lega Nord-Destra sia accreditata di un 30% nei sondaggi, in crescita.

Per quanto riguarda il libro, beh, di fronte a ogni storia di viaggi nel tempo viene naturale pensare a cosa si potrebbe fare se si avesse la possibilità di tornare nel passato, magari proprio al 9 settembre 1958. Ecco, sopra non vi ho detto che il protagonista del libro di King prima di sventare l’attentato a Kennedy compie lui un omicidio, eliminando un cattivone che di lì a poco avrebbe fatto delle cose molto brutte.

Non serve aggiungere altro, ve’?

Il libro in realtà è una scusa stavolta. Sì, perché L’ultima partita non è un libro che si può consigliare a molti: se non siete appassionati di calcio, se non tifate per la Roma, se in vita vostra avete vinto più due scudetti, è proprio inutile che lo leggiate.

Perché la storia di Agostino Di Bartolomei è sì la storia di un campione un po’ incompreso che ha fatto una scelta incomprensibile, ma è soprattutto la storia di una data: 30 maggio.

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Alla fine ce l’ho fatta: l’ho finito ieri. C’ho messo due mesi buoni, ma non perché Skagboys sia un libro pesante; no, tutt’altro. Il problema è che è scritto in scozzese**, che è una lingua che assomiglia all’inglese più o meno quanto lo spagnolo all’italiano. Ok, forse un po’ più somigliante. Però Skagboys non è scritto nello scozzese che parla – che so – Alex Ferguson in conferenza stampa. No, è scritto nel dialetto di Leith, che è il quartiere del porto di Edinburgo, e come tutti i quartieri portuali è malfamato assai.

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