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Oggi è l’8 marzo. E non c’è un cazzo da festeggiare.

Perché uno festeggia le cose allegre: compleanni, matrimoni, lauree, le vittorie della Roma (in rigoroso ordine di frequenza). E sinceramente io di allegro nella condizione della donna, oggi, ci vedo ben poco; sì certo, è migliorata in molte parti del mondo rispetto a 50 anni fa, ma siamo ancora lontani, lontanissimi dalla sufficienza. Non ho voglia di andare a cercare cifre in giro per il web, ma so per certo che solo nel nostro paese il numero di donne vittime di omicidi, stupri, molestie e violenze in genere fa rabbrividire: si parla di sette su dieci.
7.
Su 10.
E noi dovremmo festeggiare?

Senza contare poi tutte quelle discriminazioni non classificabili come violenze, ma che portano le donne a non occupare i posti al vertice di aziende e istituzioni, a guadagnare meno dei colleghi maschi a parità di mansioni, ad essere costrette a lasciare il lavoro per curare la famiglia.
E voi vorreste festeggiare?

Mentre in India, paese che da decenni ricorre all’aborto selettivo, bambine vengono stuprate e uccise quotidianamente, in Pakistan vengono date in sposa all’età in cui le nostre figlie vanno in terza elementare, in un numero infinito di paesi sono considerate dei fardelli o, nella migliore delle ipotesi, delle macchine sforna bambini, io dovrei festeggiare?
Io, figlio, marito e padre, io dovrei festeggiare?

No, grazie. Magari però riflettere sì: riflettere su come sia possibile che nel 2013, in Italia, sui due maggiori quotidiani, la donna venga ancora rappresentata così.

collage

Pose ammiccanti quando non addirittura orgasmiche, pantaloni che promettono “il culo perfetto”, rossetti esagerati. No cari miei, non ci siamo proprio.

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Opinioni a caldo non richieste sulla puntata di Servizio Pubblico.

Santoro, Travaglio, Costamagna e Innocenzi tutti schierati attorno a Berlusconi con la faccia degli antichi romani che vanno a menare Asterix, sapendo che lui beve la pozione magica e per quanto gli meni non gli fai niente, finché non si stufa e te le dà lui di santa ragione.

Ruotolo relegato a prendere i tempi col cronometro manco fosse un Guido Pancaldi qualsiasi.

Invitata un’improbabile imprenditrice complottista che serve assist su assist a Berlusconi (“La moneta appartiene al popolo! L’uscita dall’euro è la salvezza per l’Italia!” E io che pensavo che ‘ste cose le dicessero solo quelli di Alba Dorata e Giulietto Chiesa).

La testimonianza che dovrebbe mettere più in difficoltà Berlusconi è quella di Tremonti che dice che la lettera di Trichet in realtà l’ha scritta lui. Mecojoni.

Santoro che rivela un accordo sulle cose di cui non si doveva parlare. Pura scuola Cronkite.

Berlusconi che si siede sulla sedia di Travaglio, relega il conduttore in un angolo, gli fa perdere le staffe e poi gli porge la mano, che l’altro rifiuta.

Nessuno che fa notare a Berlusconi che tipo tre settimane fa ha offerto a Monti di essere il leader dei moderati.

Il pubblico in sala che dà dei coglioni agli elettori di Berlusconi (ve lo ricordate sì, quanto ci siamo incazzati quando lui ce lo disse a noi?).

Il servizio sui dipendenti di Mediaset trasferiti a Milano che consente a Berlusconi di fare l’imprenditore buono: “Vogliamo ridurre i costi, ma prometto che nessuno perderà il posto”.

La battuta di Silvio, che fa impallidire la carriera di Vauro: “Travaglio, io sono il suo core business”.

Eppure forse non vincerà le elezioni, nonostante Santoro.

(Riporto qui quello che ho già scritto su Facebook: non ho letto Harry Potter, ma credo che fra Santoro e Berlusconi ci sia lo stesso rapporto che c’è tra il maghetto e Voldemort. Tipo che uno contiene un pezzo di anima dell’altro).

Che poi dice che uno si incazza. Sono 24 ore che in Italia si sta discutendo del nulla. Sì perché il caso dei lacrimogeni lanciati dal ministero della Giustizia è vero quanto Babbo Natale.

Si vede in maniera palese dal video postato da Repubblica che i lacrimogeni rimbalzano sul muro del ministero (al secondo 00:38): uno fra due finestre, uno sullo “spigolo” superiore di una finestra, tanto che si spacca in due e lascia due scie distinte. Tra l’altro le stesse scie che vanno verso terra mostrano un andamento elicoidale, tipico di un oggetto in caduta a seguito di un urto, non di qualcosa che è stato “sparato”, la cui traiettoria dovrebbe assomigliare invece molto di più a una linea retta.

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Due considerazioni lampo.

Sono due giorni che le homepage, le prime pagine e i servizi d’apertura dei nostri media sono dedicati alla tempesta Sandy che sta scorrazzando sugli Stati Uniti e in particolare su New York. Giusto, verrebbe da dire: ha fatto 35 morti negli Usa, e non è ancora finita. Se non fosse che quella stessa Sandy nei giorni scorsi aveva già provocato almeno 51 morti ad Haiti, 11 a Cuba e due in Giamaica. Vittime delle quali abbiamo appreso solo grazie a qualche trafiletto nelle pagine interne o grazie a notizie di siti web specializzati. Nessuna fotogallery, nessun racconto degli inviati, nessun hashtag su twitter. Non è certo una novità che i morti occidentali, e americani in particolar modo, valgano più degli altri; io però voglio continuare a non rassegnarmi a questa tristezza.
Seconda considerazione. Con gli aquilani ancora sfollati, gli emiliani non ne parliamo e il Pollino che ha appena smesso di tremare, la Repubblica con la sua prima di oggi si è aggiudicata il “Titolo Di Merda Award 2012”.

Prima Repubblica 30 ottobre 2012

Don… don… don… La campana rintocca monotona e certa. La bara è lì, di fronte all’altare, ma non c’è nessun prete a officiare la cerimonia; soltanto pochi pazzi fra le panche di legno a commemorare quello che era e che non è più.

Come tutti i funerali senza salma, quello del giornalismo in Italia è una cerimonia particolarmente tetra. Nessun necrologio, nessuna lettura, nessuna processione. E prima nemmeno un a pronunciarne la morte. A dire la verità, nessuno s’è accorto bene di quando sia successo, e però non c’è dubbio che il giornalismo, nel nostro paese, non esiste più. È stato sostituito da qualcos’altro, che a volte somiglia pallidamente all’originale, ma che in generale ne è una copia isterica, sbiadita e grossolana.

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Allora, da dove cominciamo? Ah sì, dalla sinistra. Dunque, come c’è scritto sulla mia carta d’identità, io sono uno zombie di sinistra. Non so se per tradizione familiare o per devianza genetica, ma subito dopo essermi accorto di essere un tifoso della Roma ho realizzato di essere pure uno di sinistra (e quindi destinato a una vita di mazzate). Però siccome nel mondo l’etichetta “di sinistra” sta appiccicata a gente come Renzi e come Kim Jong-un, io ci tenevo a dire cosa vuol dire per me essere tale.

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Se pensate che stasera parli di calcio vi sbagliate di grosso. Sì, perché se stasera parlassi di calcio, bestemmierei così tante divinità che alla fine nemmeno gli atei mi vorrebbero più fra le loro file, scatenerei una guerra fra Italia e Olanda e direi cose poco carine nei confronti degli audiolesi, che invece sono delle grandissime persone, finché non decidono che nella vita devono fare i portieri di calcio.

No, stasera parliamo di web citizens’ blogging journalism 2.0, che in italiano suona un po’ come “quanto siete vecchi voi che pensate che il giornalismo sia ancora una cosa da giornalisti che scrivono per i giornali”. Sì, perché ieri è successo che le frontiere del web citizens’ blogging journalism 2.0 (d’ora in poi per comodità Wcbj2) si siano allargate anche all’Italia grazie allo sbarco in terra nostrana dell’Huffington Post Italia. Anzi de L’Huffington Post Italia, come la sua fondatrice ci tiene a scrivere. “‘Azz, che bella notizia!”, pensa il comunicatore che è in me, “andiamo a vedere di che si tratta”.

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