Di pastorali, di ulivi iraniani e di Ugo Fantozzi

Pubblicato: 13 novembre 2013 in di libri
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È un po’ che medito di scrivere questo post, ma mi perdo sempre, timoroso, nella ricerca delle parole più adatte. D’altronde, se uno quasi quasi vince un premio Nobel un motivo ci sarà.

E però non ci sono molti modi per dire quello che sto per dire. E cioè che quest’estate ho letto il mio primo libro di Philip Roth (sì, a 36 anni, sì). Il primo libro che ho letto di Philip Roth è stato Pastorale americana. O meglio, American Pastoral, visto che l’ho letto in originale.

Dunque, lo dico: il primo libro che ho letto di Philip Roth, American Pastoral, mi ha fatto schifo.

Ecco, l’ho detto.

A questo punto avete tutto il diritto di uscire da questo blog sbattendo la porta e non tornare mai più. Avete il diritto di cambiare marciapiede se mi vedete per strada, di non invitarmi più alle feste di compleanno, di dire ai vostri figli che se non studiano finiscono per diventare come Simcek.

Santiddio, lo so che sto molto probabilmente bestemmiando.

A me però American Pastoral m’ha fatto veramente e profondamente schifo. M’ha fatto schifo così come mi fece schifo “Sotto gli ulivi” di Abbas Kiarostami, solo che quando lo vidi al cinema di Testaccio assieme ai miei compagni di scuola ancora giocavamo a darci arie da intellettualoidi, e allora non ebbi il coraggio di dire nulla. Mi limitai a farfugliare compiaciuto qualcosa sull’iperrealismo iraniano, mi pare, anche se ho ragione di credere che non esista nulla con quel nome.

Oggi però mi sento molto più vecchio di allora, e ogni giorno si fa più pesante la consapevolezza del fatto che al mondo esistono troppi libri da leggere e sempre meno tempo per leggerli. E allora, signori, d’ora in poi se un libro mi farà schifo io non starò a menare cani per le aie: lo dirò.

Ora, però, mi preme un distingo. Non vorrei che il lettore distratto possa credermi un novello Fantozzi che se la prende con la Corazzata Potemkin (mi perdonino i puristi della lingua di Tolstoj: lo so che mi sono perso qualche accento, probabilmene circonflesso, ma proprio non mi va di googlarlo) perché gli impedisce la visione della partita di pallone. No, non scherziamo: letteratura e pallone nella mia vita sono ugualmente importanti. (E nonostante ciò non sono un grande appassionato della letteratura pallonara. Ma stiamo divagando)

Tanto per farla corta e breve: i miei classici me li sono letti, i miei saggi me li sono letti, i miei romanzi storici me li sono letti. Moltissimi li ho trovati appassionanti, magari a una seconda lettura. Alcuni li ho trovati noiosi, certo; altri di difficile digestione. Ma il senso di repulsione che mi ha provocato American Pastoral non l’avevo mai provato prima. A parte che con Kiarostami.

Un senso di repulsione che aveva trasformato il mio Kindle in una piccolo macchinario per la tortura, che faceva sì che ogni momento che canonicamente dedico alla lettura (avete indovinato: al cesso e a letto prima di dormire, di solito) lo vivessi con le stesse emozioni che provavo il giorno del compito in classe di latino al liceo. Sempre odiato il latino, io, se non s’era capito – anche se non sono mai andato sotto il 7. Però di questo ne parliamo un’altra volta, magari.

Comunque ho resistito migliaia di volte alla tentazione di chiudere il libro senza finirlo e riporlo su uno scaffale per non toccarlo mai più. Anche perché farlo con un libro su Kindle non è propriamente un azione saggia né economica. L’ho finito, American Pastoral, odiandone ogni pagina. E proprio perché l’ho odiato così intensamente credo che rimarrà dentro di me a lungo, anche se non ci rimarrà come memoria piacevole e costruttiva. No: ci rimarrà come ci rimangono le storie d’amore finite a sputi in faccia, gli incidenti stradali in cui ti fai male ma poteva andar peggio, le vacanze di una vita rovinate da una brutta influenza. Memorie che col tempo perdono la loro carica di negatività, ma che ti si calcificano comunque nell’anima senza mai diventare veramente una parte di te. Sta lì, American Pastoral, calcolo renale insieme agli ulivi iraniani.

Epilogo.

Per caso, ma fino a un certo punto, il libro che ho letto dopo American Pastoral è The Good Father, di Noah Hawley, che tratta esattamente lo stesso tema del libro di Roth: c’è il figlio adolescente ribelle che commette l’impensabile, c’è il travaglio del padre che per l’amore di padre rifiuta la realtà di tutti, e se ne costruisce di sue. È più sfumata, rispetto ad American Pastoral, la saga generazionale e familiare, ma c’è una ricostruzione del percorso psicologico del figlio che manca totalmente in Roth. Soprattutto, però, c’è una scrittura che scorre senza avvitarsi su se stessa, che apre flashback senza aprire buchi neri dai quali il lettore non riesce a fare ritorno, non c’è la presenza totalmente ingombrante e ingiustificata dell’alter ego dello scrittore per il primo quarto del libro, ci sono personaggi che vivono profondi drammi pubblici
e privati senza sfiorare il parossismo.

Sono quasi certo che nessuno parlerà mai di Hawley come un possibile candidato al premio Nobel. Ma se può minimamente consolarlo io fra lui e Roth compro lui. Toda la vida.

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commenti
  1. 'povna ha detto:

    Allora se ti consola, io ho provato la stessa repulsione per Houellebecq, trovo la letteratura modernista nel suo complesso una noia mortale che non rileggerei nemmeno a pagamento e teorizzo il sacrosanto diritto alla lettura idiosincratica.
    Ma c’è di più. A me Roth piace, e anche molto. Ma Pastorale americana l’ho cominciato e buttato lì tre volte prima di leggerlo, perché non ce la facevo. Mi successe anche con Rumore bianco, che poi
    Ho amato follemente. Poi una volta ho riprovato, ed era quella giusta. Ma capisco tranquillamente quanto possa essere ostico.

    Ps. Sotto gli ulivi ha fatto schifo pure a me.

  2. lafrangia ha detto:

    Non sono una che ama citarsi addosso, però quello che penso di questo libro l’ho detto qualche anno fa.
    E la penso come te.

    http://comesefossebionda.wordpress.com/2009/08/09/recempsione-pastorale-americana/

  3. simcek ha detto:

    ‘povna: questo tuo commento, nella sua interezza, mi consola sì. E anche di molto.

    frangia: uh che bello, ho riletto il post e me lo sono ricordato. E leggevo anche dell’altro me che veniva bonariamente bastonato dalla noisette.

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