Di rigori, di colpi al cuore e di Harry Potter

Pubblicato: 3 ottobre 2012 in di calcio, di libri, di roma
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Il libro in realtà è una scusa stavolta. Sì, perché L’ultima partita non è un libro che si può consigliare a molti: se non siete appassionati di calcio, se non tifate per la Roma, se in vita vostra avete vinto più due scudetti, è proprio inutile che lo leggiate.

Perché la storia di Agostino Di Bartolomei è sì la storia di un campione un po’ incompreso che ha fatto una scelta incomprensibile, ma è soprattutto la storia di una data: 30 maggio.

Il 30 maggio del 1984, quando il Liverpool vince all’Olimpico di Roma la coppa dei Campioni – la prima assegnata ai calci di rigore – e il 30 maggio di dieci anni più tardi, quando “Ago” decide di farla finita con un colpo al cuore.

Ecco, quella sera, quella dell’84, è una data che ha segnato la mia vita di tifoso e quella di tutti gli altri romanisti che all’epoca erano capaci di intendere e di volere. Io dovevo ancora compiere sette anni, e nella mia breve vita da tifoso avevo già vinto uno scudetto. (Inciso: non azzardatevi nemmeno a pensare che sia diventato tifoso della Roma quando ha vinto lo scudetto. Semplicemente, ci sono nato. Ho il chiaro ricordo di un amico di famiglia che quando avevo tipo tre anni e mezzo mi chiede: ma tu di che squadra sei? E io: Roma! Guardandolo come se m’avesse chiesto quante braccia avevo).

Quella sera, dicevamo. Non che fossi un pozzo di scienza calcistica, a sette anni da compiere, però i segni che mi dicevano che quella notte sarebbe passata alla storia c’erano tutti: la telecronaca di Pizzul, i miei genitori (all’epoca entrambi molto poco interessati al calcio, prima che mia madre vedesse la luce a cavallo del millennio) davanti alla tv, e l’aria elettrica che si respirava in città.

Io quella partita non la vidi nemmeno tutta: le cronache famigliari raccontano che mi addormentai più o meno alla fine dei tempi regolamentari, per poi svegliarmi al mattino chiedendo conto alla madre del risultato e, una volta appreso della sconfitta, chiudermi in un ostinato e arrabbiato silenzio fino all’arrivo a scuola, dove la maestra ci diede da scrivere un tema il cui titolo era più o meno “bisogna saper perdere”.

A me da quel 30 maggio 1984 m’è rimasta una cicatrice. A forma di calcio di rigore. Dice, come cazzo è una cicatrice a forma di rigore? Se me lo chiedi non sei della Roma, oppure quel 30 maggio ancora non eri nato. Comunque è una cicatrice simile a quella di Harry Potter, solo che sta da qualche parte fra lo stomaco, il cuore e l’intestino. E fa male. Tipo quando i vecchi sentono che sta per piovere perché c’hanno i reumatismi, a me fa male la cicatrice quando alla Roma sta per succedere qualcosa di brutto. Della serie che vinci 2-0 poi perdi 2-3, o stai 0-3 in trasferta e poi perdi 4-3, o stai 3-0 alla fine del primo tempo poi perdi ai supplementari, o ribalti lo sfavorevole risultato dell’andata poi perdi al 119° minuto, o ai rigori, maledetti rigori.

E ogni volta mi chiudo in quello stesso mutismo del 1° giugno 1984, e ogni commento teso – in teoria – a rasserenarmi non sortisce che l’effetto contrario (e lo sa bene l’adorata consorte, che ormai ha imparato e non dice più nulla. O quasi). Perché in quei casi gli unici che ti possono comprendere sono gli altri che hanno quella cazzo di cicatrice a forma di rigore, e sanno che non c’è altra medicina che il silenzio. Un silenzio che ognuno occupa diversamente dentro di sé; io ogni volta mi riscrivo mentalmente quel tema delle elementari: bisogna saper perdere sì, perché quando si vince si è contenti, ma solo perdere insegna veramente a vivere.

E noi che c’eravamo quel 30 maggio 1984 abbiamo ormai finito l’università e fatto svariati master. Ma certo non si finisce mai di imparare.

L'ultima partita

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commenti
  1. 'povna ha detto:

    Anche io me lo ricordo, perché il calcio mi scorreva nel sangue allora come ora, pur se da un altro lato della barricata. E poi io ero juventina in terra milanese, e in casa con una romanista (anche lei in terra milanese, ti immagini?). E poi erano gli anni di “Scusa Ciotti, sono Ameri”.
    E poi Liverpool anche per noi vuol dire cose, lo sai.
    E quindi nonostante tutto credo che potrei leggerlo pure io.

  2. insopportato ha detto:

    E io di questo post ho letto 15 righe sparse. 😛

  3. ilbuendia ha detto:

    Quanto è bello questo post che l’ho riletto una, due e tre volte e ogni volte
    quella cicatrice di Harry Potter emerge sempre di più e uno la vede vivida.
    E però la invidio pure quella cicatrice io che non ce la posso avere,
    io che sono romanista per sbaglio, romanista ma non romano e quindi forse
    certe cose non posso purtroppo sentirle come vorrei.
    Tuttavia ho imparato ormai a sperare nel quarto gol quando vinciamo 3-0 (e quando?)
    “così, tanto per stare sicuri”.

  4. simcek ha detto:

    ‘povna: sì, penso proprio che potresti leggerlo pure tu. Non si è molto parlato di attualità calcistica con te, ma ho la sensazione che potresti essere una dei sette o otto juventini ragionevoli che camminano su questa terra.

    insopportato: solo perché c’ho messo Harry Potter, sennò sarebbero state 3.

    buendia: tu non sai quanto io stimi tutti quelli che tifano Roma non essendo nati qua. Siete voi i veri eroi moderni.

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