Di Torri, di anniversari e di vecchi racconti

Pubblicato: 11 settembre 2012 in di finzioni
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Il racconto che segue nacque dalla tastiera del sottoscritto nell’ormai remoto 2006 per partecipare a un concorso letterario indetto dall’azienda dei trasporti capitolina, prima che si trasformasse nella dependance di casa Alemanno. Ovviamente il racconto non vinse un lupino secco, ma resta a mio modesto parere molto migliore di quello che si aggiudicò il primo premio. Ho deciso di ripubblicarlo visto che oggi si celebra l’undicesimo anniversario di quella cosa là, e quindi il mio racconto che allora si svolgeva nel futuro ora si colloca in un ucronico passato. (Se non sapete cosa vuol dire ucronico Google ve lo spiega molto meglio di me).

ps. Ho scelto di pubblicarlo esattamente così come lo mandai al concorso, anche se rileggendolo a distanza di anni sono molte le cose che avrei cambiato.

Imperfetto Futuro

Il piccolo 119 arrancava sulla salita di via del Tritone, e Fabio ancora non riusciva a credere alla sua fortuna: in quei giorni trovare un mezzo pubblico ancora circolante era come fare un terno al lotto. In effetti, gli unici che giravano ancora erano proprio i piccoli bus elettrici, mentre praticamente tutti gli altri erano rimasti a secco, così come il 90% dei mezzi di trasporto privati. Per il resto, i romani avevano riscoperto la bicicletta e tante passeggiate. Almeno i più coraggiosi, o disperati, che erano rimasti in città.

Assorto nei suoi pensieri, Fabio non si era nemmeno accorto che l’autista si era fermato e stava valutando se sarebbe riuscito a passare nello strettissimo tratto di strada rimasto fra il marciapiede e il cratere che nella notte aveva fatto la sua comparsa, a pochi metri dall’incrocio con via dei Due Macelli. Alla fine l’autista decise che lo spazio per passare era troppo stretto, e fece scendere i passeggeri. Tutti e tre. Oltre a Fabio, infatti, a bordo c’erano solo due anziane signore, che reggevano in mano ognuna una busta della spesa. Quasi vuote, a dire la verità: si vedeva spuntare un gambo di sedano e si intuiva la forma di quelle che avrebbero potuto essere patate, ma non più di quattro o cinque in ogni sporta. Viveri che sarebbero bastati a malapena per un contorno, in tempi normali, ma che oggi le due donne – evidentemente abituate molti anni addietro a simili ristrettezze – avrebbero fatto bastare per un paio di giorni.

Fu dunque sognando un piatto di spezzatino alle olive (come lo faceva la nonna – era una vera prelibatezza) che Fabio percorse gli ultimi metri che lo separavano da piazza Barberini, la meta del suo viaggio di quella mattina. Come di tutte le altre, del resto: il giornale dove lavorava era uno dei pochi che ancora usciva regolarmente, tutti i giorni, ed era stato l’attaccamento al lavoro, insieme a una sorta di folle sfida con se stesso, che l’aveva convinto a salutare moglie e figlia in partenza per la casa in Umbria, e rimanere in città. Una scelta che rimpiangeva spesso, specialmente quando di notte suonava la sirena e allora doveva precipitarsi giù in cantina assieme agli altri inquilini del palazzo, in una scena che fino a poco tempo prima aveva potuto solo immaginare, ricostruendola dai racconti degli anziani, ma che ora era costretto a rivivere almeno due o tre notti a settimana.

Fortuna che la notte scorsa lo avevano fatto dormire, così era riuscito ad alzarsi per tempo e a leggere la lettera inviata dalla moglie, consegnata dal postino il giorno prima: “Quassù tutto bene… sembra che non sia mai successo niente… beviamo il latte delle capre e fra un paio di settimane la zia ammazzerà pure il maiale… Ma perché non ci raggiungi… che ci stai a fare a Roma… vuoi farti ammazzare… Nicoletta chiede sempre di te…” Fabio la lettera l’aveva riposta nella scatola da scarpe dove teneva le altre sei o sette già ricevute. Avrebbe risposto in serata, al massimo il giorno dopo, sempre che le sirene gli avessero dato un po’ di tregua. Certo, se avesse potuto scrivere un’e-mail sarebbe stato molto più semplice, ma ormai la corrente elettrica era diventata talmente inaffidabile che a casa aveva rinunciato a usare il computer. E poi Tina per ricevere la posta elettronica doveva scendere fino in paese, sempre che in paese arrivasse la corrente quando scendeva. Allora avevano rinunciato definitivamente alla tecnologia, e si erano affidati alle vecchie lettere di carta. Che incredibilmente arrivavano: magari con due settimane di ritardo, ma alla fine arrivavano.

Fabio era arrivato in redazione. O meglio, in quell’ex filiale bancaria riadattata a redazione dopo che l’imperioso palazzo del giornale era stato tirato giù, sei mesi prima. All’ingresso vigilava come sempre il sor Carlo, il portiere che, nonostante fosse stato di fatto licenziato da quando non c’era più la vecchia sede, continuava a presentarsi ogni mattina con la divisa pulita e stirata.

– Buongiorno, sor Carle’. Dormito stanotte?

– Perché, te no?

– Eh, insomma… Certo che a voi manco le bombe ve tirano giù…

– E che ce voi fa… Ma tanto mo’ finiscono… A Roma c’è er Papa, mica possono tocca’ er Vaticano.

Salito al primo piano, Fabio entrò nella stanza del direttore. “Ciao Aversa, ciao… Guarda, preparami un bel pezzo su domani, che è il decimo anniversario e quelli sicuramente hanno in mente qualcosa, qualche attacco in grande stile. Senti l’amico tuo a Forte Braschi, fatti dire che si aspettano. Poi pesca in archivio un paio di belle foto del 2001 e scrivi un attacco ad effetto, tipo ‘nessuno poteva immaginare che quella mattina…’ Insomma, quelle cose che sai fare te. Oh, mi raccomando non sforare che abbiamo solo 24 pagine”.

Fabio eseguì. Dopo essersi preparato un caffè al fornelletto a gas si sedette alla scrivania e iniziò a scrivere:

Nessuno poteva immaginare che quella mattina dell’11 settembre 2001 sarebbe stata la prima di una nuova cruenta pagina nella storia del genere umano. Oggi, a dieci anni esatti di distanza, appare ancora incredibile

Ma dovette salvare di corsa il documento e spegnere il pc. La sirena stava suonando, era di nuovo tempo di scendere in cantina.

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commenti
  1. vnnvvvn ha detto:

    Bentrovato 🙂
    Le voragini ormai si aprono giornalmente anche senza bombardamenti…

  2. 'povna ha detto:

    Bello. Mi piace. Sono sicura che è molto meglio di quello che ha vinto anche senza avere letto quell’altro, perché è buono di per sé.
    Forse la fine, le prime righe dell’articolo, le avrei fatte più taglienti. Ma insomma, è un bel pezzo, e funziona!

  3. ilbuendia ha detto:

    Buona parte della fantascienza presente nel racconto
    sta nel romano che si sposta a piedi o in bicicletta…

    • simcek ha detto:

      A difesa dei miei concittadini, che peraltro sopporto sempre meno, c’è da dire che un conto è andare in bicicletta ad Amsterdam, dove il dislivello massimo è di 6 mm, e un conto per i Sette Colli e vari monti circostanti.

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